
Dr. House, da medico scontroso a eroe del popolo…
11 Marzo, 2008
Fiction in corsia: il perché di un successo
Un superiore difficile per la sua équipe, un enigma per i suoi pazienti ma soprattutto un eroe per i milioni di spettatori che ogni mercoledì rimangono incollati per più di due ore al televisore per scoprire le sue ultime prodezze mediche.Ma a cosa deve il suo successo questo dottore claudicante, non più giovanissimo, non troppo bello e anche un po’ orso? «Il fascino del camice bianco funziona sempre, in tv come nella vita reale», spiega la dottoressa Laura Rivolta, psicologa e sessuologa. «Nell’immaginario collettivo al medico viene attribuita molto spesso una dimensione di onnipotenza, per la sua facoltà di capire, curare e guarire le persone.
Nonostante i suoi difetti fisici e la sua atipicità caratteriale, Dr House incarna l’eroe che salva dalla malattia, e come tale affascina e conquista, anche se esteticamente è un anti-Clooney. Allo spettatore, uomo o donna che sia, piacciono il suo rigore etico e morale, il suo modo ineccepibile di esercitare la sua professione, il suo acume e la sua capacità di analisi: qualità che danno sicurezza e che tutti vorrebbero vedere incarnate nel proprio medico. Oggigiorno una sanità spesso corrotta o malfunzionante delude le nostre aspettative, obbligandoci a rifugiarci in figure fittizie ma rassicuranti e credibili.
E poi è un genialoide, un creativo, un perfetto rappresentante della sindrome di Asperger, una patologia che affligge persone che eccellono nella loro professione ma sono perennemente in conflitto con se stesse e con gli altri, incapaci di intrecciare relazioni serene e di star bene con gli altri», continua la psicologa.
Ma Dr House non è un’eccezione: da Grey’s Anatomy a E.R., le fiction in corsia riscuotono sempre consensi nell’audience televisiva. Perché? «La sanità ricostruita al cinema e in televisione è un mondo distante e diverso dalla realtà, e come tale permette alle persone di esorcizzare la paura delle malattie e degli ospedali, di assumere una sorta di controllo emotivo su un argomento infelice e angoscioso come la malattia, in quanto permette di viverla solo come spettatore estraneo ed emotivamente non coinvolto», spiega la dottoressa.
«Assistendo al vissuto inventato di malati e patologie, si colgono i meccanismi della salute e della malattia senza esservi coinvolti in prima persona, e quindi senza soffrire».











